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La casa dalle grandi finestre PDF Stampa E-mail
domenica 16 marzo 2008
Indice articolo
La casa dalle grandi finestre
Pagina 2

  Attraverso gli occhi di una bambina, racconto di Ombretta

E morì la nonna.Non era poi molto vecchia, ma soffriva da tanto.Eppure il suo viso mi era parso sempre lo stesso. Non riesco a ricordarla né più giovane né come anziana, non so, era come senza tempo. Gli occhi di un colore indefinito, azzurri, a volte grigi o verde chiaro e il naso piccolo, dritto, un po’ in su, le davano un tono sempre giovanile. I capelli però erano tutti bianchi. Il suo portamento la faceva apparire elegante, anche se indossava solo una vestaglietta di cotone.

In poche parole, era bella. Molte cose di lei mi sembravano impossibili, per esempio che avesse avuto i capelli lunghissimi e castani, che fosse stata magra e vanitosa e perfino che fosse vissuta prima che io la conoscessi. Una cosa era certa: l’ amavo perché era lei, non perché fosse la madre di mia madre, cosa di cui non mi rendevo molto conto, e, a volte, quando ci pensavo, concludevo che la nonna era sempre stata" nonna" e che fosse unica, al punto da stupirmi se qualcuno mi parlava della sua; "Come, hai la nonna anche tu ?".

.Finché ebbi tredici anni ,abitavo vicino casa sua,praticamente quasi abitavo a casa sua. Ci andavo tutti i giorni, anzi, da piccola vi restavo spesso e dormivo tra lei e il nonno, nel letto grande.Lui se ne stava a scrivere fino a tardi, con la lampada accesa sul comodino, i guanciali dietro la schiena. Aveva un tavolinetto di quelli pieghevoli che si usano a letto. Io fingevo di dormire e lo guardavo. Anche il nonno era bello, con tutti i capelli bianchi e gli occhi buoni.

Ogni tanto si girava a guardarmi e sorrideva. Quando scriveva o leggeva, metteva gli occhiali, certi occhiali strani, con un archetto nel vetro. Li lasciava sempre nel comodino e qualche volta li prendevo di nascosto, poi andavo su e giù per il corridoio guardando a terra. Il pavimento diventava ondulato e mi dava una piacevole vertigine. Questo gioco un po’ proibito durava pochissimo. <<Sei matta?ti vengono gli occhi storti! >> mi aveva detto una volta la nonna. Per non essere scoperta, li rimettevo subito a posto. Il nonno parlava poco, ma bastava un suo sguardo per farsi ubbidire, nel senso che nessuno lo avrebbe mai fatto dispiacere. Mi chiamava "Pupacchietta"e sorrideva sempre, anche se era stanco. Il nonno tornava la sera, con le spalle un po’ curve e io pensavo che fosse così perché era molto alto. Portava una borsa di pelle marrone. Quando entrava la appoggiava sul tavolo in sala da pranzo e la apriva. Io aspettavo con curiosità, ma senza ansia. Lui tirava fuori le sue carte e intanto fingeva di non vedermi e, sorridendo, parlottava a bassa voce con la nonna. Infine mi metteva tra le mani qualcosa.

 

LA CASA -La mattina la luce entrava dalle grandi finestre e ogni cosa acquistava una particolare allegria. Sembrava che fosse sempre festa , la mattina.Il nonno usciva piuttosto presto.

Zia Emma, la sorella della nonna, preparava il caffè. Accanto alla cucina c’era la camera da pranzo, con un lungo tavolo ovale. Intorno si stava anche in quindici.

Dunque il nonno sedeva a un capo e io mi mettevo dall’altra parte;poi cominciava a farsi la barba. Prendeva lo specchio con una cornice di metallo( uno specchio che io ho conservato per anni) ,una vaschetta ovale di rame con dell’acqua. Faceva andare il rasoio su e giù su una striscia di cuoio appesa al pomo di una sedia. Io osservavo tutti i suoi gesti come fosse un prestigiatore; la mia tazza di latte poteva aspettare. Si insaponava il viso e cominciava a radersi, facendo un rumore rasposo. Credevo che sentisse dolore. Con un dito tirava su la pelle all’angolo dell’occhio destro, poi del sinistro e allungava il labbro superiore sotto i denti e il suo viso si trasformava in modo buffo; quasi mi dispiaceva. Io ripetevo i suoi gesti senza volerlo. Zia Emma gli portava il caffè e aspettava con le mani sui fianchi che avesse finito. Poi il nonno tornava in camera da letto e metteva le ghette grige che mi piacevano tanto per i bottoncini. La nonna gli veniva incontro con la borsa. Attraversavamo il salotto e lo seguivamo alla porta. Lui la baciava sulla fronte e si chinava a baciare me. "Fa’ la brava, Pupacchietta" "la Madonnina ti accompagni" dicevo io,e guardavo la nonna complice, perché me lo aveva insegnato lei.

Più tardi, a volte, veniva Maria delle uova, quella che veniva dalla campagna di San Giuseppe e che era resuscitata. Mariadelleuova--- la si chiamava sempre così, tanto che pareva un nome solo--- lo diceva a tutti che era morta una volta e se c’era uno che non lo sapeva, lo raccontava di nuovo. A casa della nonna non so più quante volte lo aveva detto. Mi divertiva sentirla parlare,perché aveva un accento strano com’era il dialetto del suo paese. Era sempre vestita di nero, con uno scialle sulle spalle, anche d’estate. Attraversava il lunghissimo corridoio con un grande cesto sulla testa, senza reggerlo ,che dondolava ad ogni passo.Arrivata in sala da pranzo , lo poggiava sul tavolo e allora vedevo che sulla testa aveva anche un panno, nero pure quello, ritorto come una ciambella. Anche i suoi capelli erano neri e così tirati nella treccia girata dietro la nuca , che sembravano dipinti ai lati di una fila. Metteva le uova fresche in un cestino che zia Emma preparava e se ne stava un po’ seduta a riposare.-<<U’ sape? >>- Aveva un occhio storto. La nonna rispose di no, ma che non importava perché ero piccola;poi alzò gli occhi al cielo e disse tra i denti " ci risiamo".

-<<Nu’ me lo pozzo scordare >>-continuava Mariadelleuova, parlando a se stessa, e intanto scuoteva la testa facendo dondolare gli orecchini e battendosi con la mano una coscia.

Cominciava sempre così a raccontare che era morta, che lo aveva detto anche il "dottore", ma proprio morta davvero,tanto che le sorelle e le cognate l’accomodarono con una camicia bianca ricamata e il rosario sul petto tra le dita, "accussì, accussì". Ma poi, da non crederci, mentre tutti si disperavano e piangevano, lei si alza a sedere in mezzo al letto e dice che ha fame. E allora tutti gridarono al miracolo. Ma lei la raccontava molto più lunga, con tutti i particolari perfino delle candele. La nonna le dava sempre dei biscotti, "Per i bambini" diceva.

Com’erano allegre le giornate a casa della nonna; erano allegre sempre: in primavera per quell’aria e quel sole leggero, e nei lunghi pomeriggi estivi e sonnolenti fuori al terrazzo; e anche in inverno, perché giocavo di più con Marilena e Silvana e poi veniva Natale. Eppure non avevo lì molti giocattoli; era l’esplorazione della casa che mi dava allegria; era una scoperta continua in un armadio, in un cassetto, in un mobile qualsiasi. Di sera, però, diventavo triste. Avevo paura dei soffitti troppo alti e scuri, la porta della terrazza un buco nero. Le luci erano accese solo in sala da pranzo e in camera delle zie. Lì ci si stava per lo più d’inverno. La nonna e zia Emma lavoravano ai ferri e allora bisognava star zitti perché si contavano le maglie. Nel silenzio i rumori si sentivano di più , il ronzio del neon e lo scatto delle chiavette di porcellana e, se qualcuno passava su certe piastrelle traballanti in corridoio ,produceva un suono a cui mi ero abituata. L’indice con su il filo si muoveva con ritmo sempre uguale intorno al ticchettìo dei ferri; gli occhiali scesi sulla punta del naso. Era incredibile che non si parlassero per tanto tempo e che anche io dovessi tacere. Di solito cantavo. Il vero problema era che mi sentivo prigioniera in due stanze e che quella casa, così luminosa e ridente di giorno, fosse assediata dal buio di sera.

A volte di nascosto piangevo con autentica angoscia.

La casa della nonna la riconoscevo da subito, per l’odore. Appena si entrava odorava dello spirito di pulitura dei mobili del salotto; lungo il corridoio di borotalco e infine di sugo.Mi piaceva moltissimo. Era in un palazzo del ‘600, villa Bisignano, una delle ville vesuviane che continuano fino al Miglio d’oro, a Portici. Me lo diceva il portiere, don Gennaro. Quando a cinque anni cominciai ad andare a scuola, scendevo ad aspettare il pulmino nella sua guardiola, allora lui mi traduceva la lastra di marmo scritta in latino, a sinistra dell’androne.

Ci teneva molto a dire che aveva studiato,. Don Gennaro. Lui era una istituzione in quel palazzo: nessuno entrava o usciva senza che lui ne prendesse nota, sempre impettito nella sua divisa grigia piena di tasche e bottoni dorati.Io ero orgogliosa di stare nella guardiola con lui; tutti gli altri bambini ne avevano paura, perché si diceva che fosse un lupo mannaro, ma la nonna mi aveva spiegato che era solo sonnambulo, però nessuno lo aveva mai visto. Certo, alcuni ragazzini lo stuzzicavano e lui li rincorreva.Mi indicava anche la meridiana sulla parete, proprio sotto le finestre della nonna.

<<Lo vedi quello? È un orologio che si legge con l’ombra>>.Ovviamente non capivo.

Le scale di pietra erano (e sono ancora lì) con i gradini così bassi che si poteva farli di corsa senza stancarsi. Però quando ero sola, di sera, avevo paura, perché erano sempre un po’ buie.

Al primo piano abitava una signora che aveva cinque figli ai quali aveva messo i nomi della nostra famiglia, dopo aver chiesto alla nonna se non le dispiaceva. Così qualche volta mi chiamava perché andassi a giocare con Rita che aveva un paio di anni più di me. Ma per tornare su, la sera, bisognava che mi riaccompagnasse suo fratello, Lucio.

Una volta, non so perché, disse di no. Il padre insistette inutilmente, poi si sfilò la cintura e lo colpì, mentre lui correva intorno al tavolo. Spaventata da quella scena di violenza, ero inchiodata vicino alla porta mezza aperta. Sarei scappata, se non avessi avuto paura. In verità, la pena che provavo per Lucio era più grande della mia paura. Ingenuamente credevo che la mia presenza potesse mettere fine a quel litigio.

Il padre gridò con l’indice puntato, mentre Lucio scappava afferrandomi e tirandomi dietro.

Superato il ballatoio, si sedette sui gradini a piangere. Provavo un grave senso di colpa. Mi sedetti vicino a lui, che, però, non se la prese con me, anzi con molta dolcezza disse soltanto

:<<Hai visto? Hai visto che mi ha fatto?>>.Stette così un po’, lamentandosi contro il padre e pulendosi il naso e gli occhi con la manica.

Sentendomi responsabile, non sapevo come consolarlo né come farmi perdonare. Poi salimmo e mi lasciò fuori alla porta dopo aver bussato,;io non arrivavo al campanello. Gli diedi un bacio sulla faccia bagnata, ma dopo quella volta non volli più scendere a giocare da Rita.

Dietro la porta d’entrata c’era uno dei miei giochi preferiti: un ferro di sicurezza, che bloccava un battente al quale mi appendevo e salivo lungo il muro fino a raggiungere una posizione verticale.Mi sembrava di avere una grande abilità e fantasticavo di diventare un’acrobata come quelle che avevo visto al circo. Subito a destra si entrava nel salottino di velluto rosso, dove divano e poltrone erano di piume d’oca. Ne tiravo fuori appena vedevo sbucare una punta, per farla volare. Ma la cosa più graziosa era un divanetto a fiori, piccolo ,quasi per bambini, con le bambole di zia Rita. Mi limitavo a guardarle e a dare loro un nome. Il salone, che era la stanza più grande, aveva il soffitto altissimo, e una sera d’estate che la finestra era spalancata, vi entrò un pipistrello. Ma a volte vi capitava anche qualche uccellino. Del resto si era proprio all’ultimo piano. Più su vi era la torre . C’erano tanti mobili in quel salone, sostenuti da cariatidi, uomini inginocchiati che avevano un’espressione di sforzo sul viso. Mi facevano pena i due che reggevano il tavolo. Togliere la polvere infilandomi sotto quei buffet e vetrina e tutto il resto era un divertimento. Facevo poi una sosta d’obbligo nel primo cassetto di un buffet, dove ,avvolta in un fazzoletto di seta, c’era una deliziosa bambola di biscuit , con la testina grande quanto una noce. Ma gli arti erano staccati. Apparteneva a zia Era. Dopo lo sfratto non fu più trovata. C’erano anche molti quadri e un arazzo lungo il divano con delle dame in abiti del ‘700: una suonava l’arpa, davanti a una vetrata da cui si vedeva un giardino. Mi sembrava bellissimo. Invece mi dava un senso di cupezza una grande foto di un antenato in divisa da generale, un certo zio Camillo Pagliano, che aveva combattuto nella guerra del 15/18, coi baffi bianchi e medaglie sul petto. La nonna raccontava che quando erano venuti i tedeschi per occupare la casa, unica della zona in cui ci fosse un telefono, si erano fermati davanti a quella foto e avevano fatto il saluto militare battendo i tacchi. Intanto lei era andata a nascondere zio Nino, per paura che lo portassero via. C’erano sparsi qui e là dei proiettili regalati da soldati, tutti incisi con un chiodo. La nonna li usava come portafiori. In seguito in quella sala fu messo un pianoforte per zia Rita che stava imparando, ma lo suonava più spesso mio padre; e poi anche la televisione che era coperta con la seta di un paracadute.Quella seta non finiva mai ;copriva anche il baule in corridoio e diventò federe di cuscini su poltrone e sedie.

Nella camera degli zii non entravo mai; non c’era niente d’interessante per me. Era bella invece la camera dei nonni ,con i mobili allegri, di ciliegio chiaro, con i marmi rosa e il secretaire con tanti minuscoli cassetti e il dondolo dove mi cullavo e ,dopo un po’, la nonna mi diceva che le veniva il mal di mare a guardarmi. Una volta c’era stato un paravento e un sofà, ma ero troppo piccola e li ricordo appena. La scrivania del nonno, davanti alla finestra, era piena di cose interessanti:fogli, libri, qualche calamaio, da cui il nonno aspirava inchiostro con la stilografica, elastici e spillette e una conchiglia di bronzo e posacenere a forma di ruota, con su scritto Pirelli.e tante altre cose..Ma lì avevo il divieto, non si poteva toccare nulla.Però il cassetto grande lo aprivo lo stesso, per vedere una penna d’argento e un bastoncino di bambù con alla punta una manina d’avorio. Fa parte di quelle cose che non si sa che fine hanno fatto. Del resto tante cose non si trovarono più dopo lo sfratto. Sul comodino della nonna c’era la foto di una bimba nella culla; era morta a sei mesi, zia Nunzia. La nonna non ne parlava mai. Neanche di zio Nino parlava mai.

Il corridoio era così lungo che era diviso da una porta, sempre aperta. Da un lato tre grandi finestre gli davano luce, dall’altro erano le camere. Al centro, delle mattonelle staccate producevano un suono come gli ultimi tasti scordati di un pianoforte. Lungo le pareti una consolle e delle cassapanche ricoperte con la solita seta del paracadute.

Poi, finalmente si arrivava nella stanza da pranzo e in cucina.Il tragitto, dunque, era notevole, perciò quando bussavano alla porta ,ci si guardava intorno e ci si chiedeva "Hanno bussato! Chi va?". Chi stava fuori sapeva di dover aspettare un bel po’.

In inverno stavo più tempo nella camera di zia Emma e delle sorelle di mamma.. Zia Emma non era sposata. Stava sempre a casa, specialmente in cucina. Faceva un sacco di cose buonissime.Tagliava verdure, tritava cipolle e poi tirava su col naso e si asciugava le lacrime, ma abbrustoliva anche il caffè e lo macinava. Allora correvo in cucina a giocare con i pesi della bilancia per sentire quell’odore. Quando venivano gli ispettori della Pirelli da Milano, riempiva la tavola di minuscole polpettine per la zuppa-santé. Oppure lavorava a maglia, di solito al pomeriggio. I suoi lavori erano perfetti, diceva mamma che sembravano fatti a macchina. Sì, era buona e paziente zia Emma.

Ma la parte più bella della casa era la terrazza, con il parapetto di colonnine di pietra e, appena possibile, giocavo lì fuori. Si vedeva tutto il profilo del Vesuvio e monte Somma e giù, a perdita d’occhio, un bosco dal quale spuntava un grande orologio di pietra, rosso pompeiano, come il palazzo. Pochi anni dopo fu buttato giù, insieme agli alberi per fare spazio a un rione. Ma il nonno non c’era più. Quella terrazza era sempre piena di fiori, garofani e gerani e un’edera con le foglie orlate di bianco che copriva una parete…Ma il profumo dominante di quelle giornate e di quelle sere, era di gelsomino.Mi piaceva talmente tanto, che staccavo i fiori e li succhiavo. Per farli piantare il nonno aveva comprato dei grandi vasi di cemento impastato con pezzetti di vetro colorato.

Lì fuori giocavo con le formiche. Quando venivano rovesciati i bidoni dove si erano lavati i panni , rimaneva un rigagnolo e lì iniziava il mio gioco cattivo: prendevo delle formiche, le facevo camminare sulle dita, poi le poggiavo nell’acqua .Galleggiavano sulla pellicola agitando le zampette disperatamente, ma ero appagata dal fatto di sapere che non sarebbero morte, mi servivano per fantasticare naufragi. Avvicinavo un petalo e le facevo salire con uno stelo. Giravano impazzite lungo i bordi, mentre la scialuppa faceva mulinello. Poi posavo il petalo in una pianta, che diventava un folto bosco. Pensavo che mi sarebbe piaciuto essere così piccola per un po’ e vivere in una pianta, arrampicarmi sui tronchetti e stendermi su una foglia.

Nei caldi pomeriggi d’estate la terrazza era in ombra e la nonna portava fuori, se occorreva, la sua macchina Singer. Mi faceva prendisole e gonnelline. Intanto io, oltre che giocare con le formiche, cercavo di catturare un passero. A casa nostra papà aveva dei canarini e un pappagallo,-ma no, forse una gazza,-Peppola, però in gabbia e non era la stessa cosa. E così spargevo briciole di pane. Un giorno, piagnucolando, corsi da zia Emma <<Scappano, non si fanno prendere. Li voglio solo accarezzare!>>. <<Non si fa così;devi mettere un po’ di sale sulla coda. Vedrai che non volano più>><<E tu l’hai fatto?>> <<Eeeh>> e alzò le sopracciglia con la mano per aria, come chi la sa lunga.

Ci volle un po’ di tempo per capire. Diceva che non mettevo il sale al momento giusto e se le chiedevo di aiutarmi, mi rispondeva che lo aveva fatto tanto tempo fa e che ormai non era più capace nemmeno lei. Quei pomeriggi estivi mi tornano alla mente col profumo dei gelsomini, col particolare silenzio della campagna assolata, col sottofondo di uccelli e cicale nascoste. La nonna si faceva vento con una cartolina. Mi teneva in braccio. Con gli occhi fissi sulla medaglietta d’oro ,mi ipnotizzavo e mi veniva piano un sonno dolce e denso.

D’estate si facevano le conserve di pomidoro e io mi divertivo moltissimo fin dal lavaggio delle bottiglie. La nonna vi infilava una grossa catena d’argento e acqua e sapone e poi agitava finché il controluce non la soddisfaceva. Poi le bottiglie si lasciavano a gocciolare a testa in giù tutta la notte.In grandi mastelle si lavavano i lunghi pomidoro che poi tutti collaboravano a tagliare. Lì finalmente potevo fare anch’io qualcosa, infilare i filetti nelle bottiglie e pigiare con l’indice, poi batterle su un panno e infine mettervi le foglie di basilico. Mi divertivo un mondo Mi piaceva, mi piaceva che fossimo in tanti intorno a quel tavolo, messo in terrazza per l’occorrenza,

e che si chiacchierasse allegramente e che ci si sporcasse, con le mani bagnate di quel succo acidulo e sbiancante, mentre qualcuno portava una granita di amarena o di limone. Quasi sempre venivano anche Marilena e Silvana.

In due, tre giorni la festa era finita. La cottura delle bottiglie, la loro sistemazione nel lungo mobile in corridoio, non m’interessava.

La sera, specialmente d’estate, si rimaneva a tavola fino a tardi e si discuteva. Io giocavo con le molliche di pane; avevo sonno. Mi lasciavo incantare dalle falene che entravano in quantità dalle grandi finestre e giravano intorno alla luce. Ne avevo paura e l’ho ancora. Aspettavo che cadessero tra le briciole di pane. Riverse si agitavano vorticosamente e scommettevo con me che riuscissero a raddrizzarsi e a volare.Poi zio Mario o zio Lucio ne imprigionava una sotto un bicchiere e io protestavo; ma perché provavo impressione più che pietà.

.Il nonno inzuppava dei taralli nel vino e mangiava lentamente. Credo che mangiasse pochissimo. E intanto parlavano. Io mi addormentavo con le braccia piegate sul tavolo e la testa poggiata. Nel dormiveglia li sentivo discutere il nonno, papà, gli zii e anche zia Emma, più degli altri. Spesso facevano un nome che per me aveva un gran fascino, Benedetto Croce. Immaginavo un grande vecchio, con una lunga barba bianca e gli occhi buoni e innanzi tutto, santo, con un nome così! Intuivo che era importante. Fui sorpresa quando vidi una foto su un libro: era così diverso!. Solo molto tempo più tardi seppi che il nonno lo conosceva e gli aveva presentato il mio papà. ---"Questo ragazzo studia lettere e ama la poesia--- E lui gli aveva battuto sulla spalla affettuosamente e aveva detto "Bene! Puoi venire a studiare nella mia biblioteca quando vuoi". Poi i fascisti gli avevano bruciato i libri.

.Mi assopivo e papà mi portava in braccio a casa nostra. Ma d’inverno rimanevo lì. Fu così finché ebbi sei anni. Zio Lucio ne aveva appena dodici e stava in collegio. Era il fratello più piccolo di mamma. Ero dispettosa con lui. Si arrabbiava quando lo chiamavo "Formaggino Bebé", ispirata dalle sue guance paffute, così somiglianti al disegno del bambino sulla scatola di quel prodotto.

La domenica la nostra grande famiglia si esprimeva in tutto il suo entusiasmo e la sua carica di vitalità. Zia Emma, la nonna,zia Lina, Zia Adelina, le quattro sorelle, discutevano animatamente in piemontese e non c’era verso di capire una parola, mentre spezzavano, con un ticchettìo ritmato che sapeva di allegro, una grossa pasta, tirandola fuori da un pacco blù, o friggevano enormi vassoi di cotolette in un padellone. Quasi sempre c’erano i ravioli, per ogni ricorrenza. E le ricorrenze erano tante.

Fumi e profumi addensavano l’aria in quella cucina celeste, dove la grande finestra era spalancata d’estate e, quasi sempre, d’inverno, perché sul largo davanzale di pietra c’era sempre qualcosa che doveva stare al sole o al fresco: boccacci di amarene sciroppate, noci nell’alcool, zuppiere di salsa, mazzetti di sorbe e altro. Io, però, allora non mangiavo nulla che non fosse condito da fiabe.

La domenica, dunque, si pranzava tutti insieme, anche zia Lina, zia Esther, zio Ugo e Marilena e Silvana, che erano le uniche altre bambine della nostra famiglia.Avevamo una tavolina di legno celeste, con tre piccole sedie che veniva sistemata sotto la finestra e mangiavamo lì. Se però ero da sola, sedevo a tavola coi grandi e avevo un cuscino sulla sedia.

Zia Lina (che diceva di aver conosciuto Costantino Nigra) era vedova, perché il marito non era più tornato dalla Russia. E neppure un figlio. Un altro, zio Romolino, se ne era andato in America, dopo la guerra, e così zia Lina stava sempre dai miei nonni, finché zia Esther si era sposata con zio Ugo. Perciò zia Esther era come un’altra sorella della mia mamma e aveva perfino il letto con lei nella stessa stanza. Zio Ugo, detto zione, era spesso fuori per lavoro, ma quando tornava e stava con noi, giocava a nascondino e ci faceva la "vecchina", lavorava le molliche di pane, le colorava e le metteva tra le dita a mo’ di occhi e di lingua, poi avvolgeva la mano nel tovagliolo come fosse un fazzoletto in testa. Ne veniva una cosa veramente mostruosa, alla quale dava una vociazza da strega. Ci divertivamo con poco. Eppure intorno a zio Ugo, per quanto scherzasse, aleggiava un che di molto serio. Anche i giocattoli che lui portava dalla Russia, le matriosche e i pupazzi di legno movibili, avevano un fascino speciale. Era profondamente legato al nonno. Diceva che era vivo grazie a lui, perché una volta che erano arrivati i tedeschi, li avevano presi, lui, zio Romolino e il nonno e chiusi in una stalla; ma il nonno di notte aveva voluto che lui fuggisse. Di sicuro lo avrebbero fucilato subito, perché solo lui era in divisa da ufficiale. Zio Ugo non voleva lasciarli, ma il nonno lo obbligò. Così a piedi, passando per le montagne, era arrivato a Paolisi, dove era sfollata tutta la famiglia. Di notte, però, ci fu un attacco aereo degli anglo americani e la mattina dopo i tedeschi non c’erano più. Così anche gli altri poterono tornare a Paolisi.

Marilena era dolcissima, aveva un’aria protettiva che le conferiva un ruolo da adulta. Prendeva sempre le mie difese con Silvana, più piccola, ma più prepotente. Le piaceva fare degli scherzi. A volte metteva una mascherina di carta, di cui, non so perché, avevo paura. La indossava gridando " De Gasperi De Gasperi!", e io scappavo spaventata. Chissà quanti anni avevo!.Insieme facemmo qualche danno. Una volta giocando a nascondino, Silvy si aggrappò a una colonna di marmo in salotto, su cui c’era un bel vaso di Murano La colonna oscillò, il vaso cadde ed esplose come un fuoco d’artificio. Ricordo solo che era blù. Il mio primo dolore fu quando si trasferirono a Pisa. Però in estate andammo a trovarli, e quello fu il mio primo viaggio lungo.

NATALE .Poi veniva il Natale ,e, quando arrivava ,sembrava che per tutto l’anno non si fosse fatto altro che attendere quel giorno e da lì fino al 6 gennaio era sempre festa. Non ho più ritrovato il calore di allora. Vi ho trovato altre gioie immense nei sorrisi dei miei figli e nipoti, ma non erano più mie soltanto, non era più quella gioia profonda, senza riserve, che si puo’ provare solo durante l’infanzia, quando l’infanzia è serena.

Dunque arrivava il Natale, ma si fa per dire; i preparativi cominciavano tanto tempo prima. Innanzi tutto si faceva il presepe, e non era un presepe qualunque, come quelli che si vendevano nei vicoli di Napoli. Per me era il presepe più bello, anche più di quello grandissimo che facevano nella chiesa di san Domenico, perché ogni pastore io lo conoscevo bene. Ne conoscevo l’espressione del viso, il mestiere, il colore degli abiti e immaginavo perfino il modo di parlare, accostandolo a persone conosciute. Al centro c’era la grotta santa, più grande, con una pioggia di sottilissimi fili d’argento e ai lati altre più piccole. A destra un sentiero illuminato da lanternine, saliva fino in cima, dove pezzi di sughero, inchiodati ad arte, formavano montagne. Dietro, la carta blù con stelle, cometa e tutto il resto, faceva il cielo, un bel cielo sereno punteggiato d’argento,come le figure del libro delle" Mille e una notte", con cupole bianche e silhouette di palme all’orizzonte. Per vie misteriose, il paesaggio mediorientale si trasformava in una scena di vita di mercato partenopeo in primo piano.

Il presepe veniva a farlo ogni anno Gigi, un amico di zio Romolo e zio Mario. Veniva di mattina presto e mi piaceva stare con lui, perché raccontava un sacco di storie. L’apertura della scatola dove erano conservati tutti i pastori, sdraiati su una striscia di ovatta, era un momento emozionante. Mentre li disponeva, inventava dialoghi, sgranava gli occhi, allungava le labbra, trasformava la voce, infilava le mani nelle grotte e passava sottilissimi fili elettrici. Accendeva, spegneva… sembrava un mago che desse vita a un paese di lillipuziani.

<<Ed ecco che nella notte buia avanzano i primi pastori che portano…>>

<<…le salsicce.>> concludevo saltando di gioia e gli porgevo un omino con minuscole salsicce in un cesto appeso a un braccio.

<<…e poi…poi, che fatica questa pecora sulle spalle!>>

<<Eccola >> e la pastorella era al suo posto. Quando i pastori non si reggevano, li incollava con la ceralacca riscaldata sulla candela, in posti ben precisi, dopo avermi consultato con serietà e ad ogni tocco si allontanava per godere l’effetto.

<<Eh?…che ne dici, sta bene là?>> E così si affollava il paesaggio di personaggi e animali di creta e angeli penzolavano da fili di nylon invisibili. Con un motorino era riuscito a far funzionare un pozzetto su cui girava una ruota con quattro secchi e mentre quello in basso si riempiva di acqua e saliva, quello in cima si rovesciava, sicché ai lati uno saliva pieno, l’altro scendeva vuoto e così via. <<Ora ci vuole una bella nevicata>>. Zia Emma, sempre in cucina, tritava del pane abbrustolito, spingendolo nel macinino con le dita un po’ rosse per i geloni. Quel macinino a imbuto era sempre fissato al tavolo <<Mi dai un po’ di farina, zia Emma? >>. Ma lei non mi dava retta <<…e su, fa’ presto, serve per la neve !>> <<Poi avrete finito! Prima le forbici, poi i fiammiferi e la candela, ora la farina…ma quando lo finite quel presepe, neh! È lì da tre giorni..>> <<…e dai, solo la farina, poi basta >> << Eh, lo so io, lo so, che se tu lo lasciassi lavorare in santa pace, quello lì, avrebbe già finito!>> Poi si passava le mani sul grembiule e me la dava ridendo.

<<Ecco,…una spruzzatina qui, una là, eh? Va bene? >> Correvo a chiamare la nonna e chi c’era in casa e poi veniva il momento più bello, quando si chiudevano le imposte e Gigi accendeva le luci del presepe che palpitavano. I piccoli volti si animavano, sembravano veri. Ero improvvisamente felice e mi volgevo agli altri per cercare nei loro sguardi la mia gioia.

Si faceva anche l’albero, ma, pur piacendomi, non mi interessava molto. Più che altro ero attratta dal profumo di resina. Lo faceva zia Era, ma io non partecipavo, troppo fragile con tutti quegli addobbi di vetro soffiato. Un giorno entravo nel salone e lo trovavo lì. Però andavo subito a controllare se c’era una gondola nera coi ricami in oro e il remo d’argento: era il mio preferito.

Ma Natale era bello in qualsiasi angolo della casa e in ogni momento.

Mariadelleuova veniva più spesso e portava formaggi e uova più del solito; la nonna era un’ottima cliente. Non so quanti giorni prima si iniziavano a fare i dolci. Un diffuso profumo di mandarini , le cui bucce cuocevano nelle castagne, e di vaniglia, si sentiva fino al salone. C’era un andirivieni di amici e amiche degli zii (alcune facevano le spiritose perché zio Romolo e zio Mario erano proprio belli) e altri parenti che per l’occasione venivano ad aiutare; insomma circolava un sacco di gente e c’era una gran confusione allegra. E io ero l’unica bambina; Marilena e Silvana per le vacanze andavano a Sarzana dai nonni paterni. Così non stavano mai con noi.

La nonna e zia Emma in quei giorni stavano molto in cucina. La nonna versava un vesuvio di farina, nel bel mezzo vi infilava una mano e allargava un buco. Io mi dondolavo in ginocchio su una sedia di fronte a lei e osservavo. Lasciava cadere un uovo , poi due, poi tre…Costruivo torri con decine di formette, tutte diverse. Sembravano pentoline per le bambole.

Zia Emma pestava qualcosa nel mortaio di marmo. La nonna versava manciate di mandorle….Io pizzicavo rapidamente quelle che cadevano qui e là sul tavolo e intanto appallottolavo e palpeggiavo un rotolino di impasto diventato nero. La nonna modellava i "roccocò"; man mano che erano fatti, zia Emma li spennellava con l’uovo. Poi veniva "Cuotti Cuotti" a prendere le teglie per portarle al forno. Era un vecchietto segaligno, coi capelli bianchi e ricci e sempre allegro. Quando li riportava, dava la sua voce, con in testa una lunga tavola su cui erano le teglie.---<<’E roccocò vuoste so’ e cchiù belle, so’ cuotti cuotti>>---Perciò tutti lo chiamavano così. Lasciava lungo il corridoio una scia profumata di vaniglia.

Quando faceva la creme caramel, zia Emma per staccarla scuoteva la teglia di rame tenendola per i manici , sculettando in modo buffo. Io la imitavo e lei rideva.

Io e zio Lucio prendevamo dove si poteva, anche in cima al buffet. Devo dire che zio Lucio dimostrava abilità feline nel raggiungere leccornie.

La nonna, in qualità di presidentessa dell’azione cattolica (che mi sembrava una cosa importantissima), si occupava di beneficenza e tra l’altro preparava dolci che poi regalava, ma quella volta la facemmo proprio arrabbiare. Le stavamo intorno mentre guarniva con ciliegine una grande torta. Io e zio Lucio la cui golosità, come si sa, non aveva limiti, non le davamo il tempo di metterne una ,che due erano già sparite. Per un po’ ebbe pazienza, ma all’improvviso si innervosì, tuffò le mani dentro il dolce ormai finito, distruggendolo, e disse "Ecco fatto! Ora mangiatelo pure tutto!" e se ne andò indignata. Io e zio Lucio ci guardammo disorientati e restammo da soli in cucina senza osare toccare quella massa informe, io almeno.

Nelle vigilie e nei giorni di festa si aggiungevano letti e dormivano anche i miei genitori; ma io mi trasferivo dalla nonna da quando iniziava la novena. Non so quando ho cominciato a sentire e ho assorbito quel suono la prima volta, ma è sicuro che da subito mi è parso che avesse un che di magico.

Gli zampognari venivano la mattina , molto presto. Sentivo lo scatto delle chiavette di porcellana per la luce e poi il ciabattare fino alla porta, il rumore delle mattonelle scollate a metà corridoio, come il suono degli ultimi tasti del pianoforte. La nonna mi prendeva in braccio avvolta in una copertina, con i calzerotti fatti da lei ai ferri e mi sedeva sulla tavola. Zia Emma era già alzata e aveva fatto il caffè. Io me ne stavo rannicchiata a guardare il presepe illuminato. Non era ancora giorno. Gli zampognari somigliavano ai due pastori. Portavano strane giacche col pelo lungo come le pecore e i calzoni sotto al ginocchio; avevano una specie di stivali coi lacci incrociati. Quello più giovane suonava lo zufolo, l’altro, più grosso e anziano, la zampogna. La prima volta che soffiò in una canna e la sacca si gonfiò e si levò un suono acuto come un grido, ebbi paura.

Quel suono si sentiva solo in quei giorni e sempre da lontano; da vicino era diverso. Purtroppo durava poco; se ne andavano e la musica arrivava più fioca da un’altra casa. Mi assopivo e la nonna mi riportava a letto. Temevo che non mi chiamasse il giorno dopo.

<< Ma io non dormivo >>

<<Lo so >>

<<E allora domani mi svegli?>>

<<Certo!dormi,ora!>>. La dolce malinconia accumulata durante la novena, mi faceva piagnucolare finché non mi riaddormentavo.

ZIA ADELINA: In quei giorni veniva spesso anche zia Adelina, la sorella più giovane della nonna. Era graziosa, con un vezzoso neo sul labbro. Abitava in una casa piccola a piazza Dante. Non aveva figli. Il marito morì quando io avevo sei anni. Zio Gigino lo ricordo quando corse a sollevarmi da terra, perché ero caduta con la bici in corridoio. Le solite mattonelle. Quel ginocchio sbucciato, insanguinato mise fine sul nascere ai miei tentativi di equilibrio su due ruote, con grande dispiacere di mio padre, un vero pilota su tutti i mezzi, dalle moto agli aerei da caccia. Così la bellissima bici azzurra avuta alla befana, rimase nel ripostiglio finché mio fratello la poté usare. Io non sono più potuta salire su una bicicletta. Zio Gigino, ufficiale di marina, aveva combattuto in Spagna come volontario coi franchisti, e non credo che la cosa facesse piacere al nonno né ad altri, ma a pranzo o a cena, a quella tavola così generosa e accogliente, il Parlamento,che andava dalla estrema sinistra con zio Ugo, alla estrema destra con zio Gigino, era fatto di persone i cui ideali erano al di sopra della politica e i cui valori di onestà, bontà, rispetto, superavano qualsiasi differenza. Povera zia Adelina, le morì anche il cane, un bel cane bianco finito sotto un’auto. Io le volevo molto bene. Quando andavo con mamma nel suo negozio di borse, mi lasciava giocare nel cassetto con paillettes e corallini e guarnizioni e a casa sua mi lasciava toccare una bambola antica bellissima, che teneva in un baule. Chissà che fine avrà fatto! Eppure, a volte mi sembrava dispettosa zia Adelina ,e ogni tanto litigavamo. Almeno così mi sembrava. Mi sgridava quando mi trovava a giocare col suo collo di volpe. Era una volpe rossa intera, con la testa, le zampe e la coda. Girata intorno al collo si agganciava con una molletta sotto il muso, sicché sembrava che si mordesse la coda. Mi piacevano gli occhi di vetro. Ci giocavo alla grande, ma poi sul più bello arrivava lei e allora la agitava per aria per spazzolarla da eventuali granelli di polvere e intanto lasciava cadere un’infinità di peli esclamando "Oh Signur oh Signur !" Aveva la manìa dell’ordine che in casa della nonna, in quei giorni specialmente, era una cosa impossibile. Appena arrivava, correva in camera delle zie, si toglieva in fretta il cappotto come se avesse avuto un mucchio di cose da fare, che nessuno le chiedeva di fare. Posava sul letto il suo collo di volpe e andava in cucina a fare gli struffoli, agitandosi per il gran disordine di quella bella casa vissuta. <<Guarda, guarda…un panno qui, uno là…e che ci fa questa camicia nella stanza da pranzo…>> e si dava manate sui fianchi mostrando la sua indignazione. Poi guardava per aria invocando il Signore per darle pazienza. Percorreva il corridoio a piccoli passi veloci e portava la camicia in camera degli zii. Tornava agitando un pennello da barba che correva a posare in bagno, e così di seguito andava avanti e indietro un po’ brontolando un po’ sorridendo. Quando sembrava che non avesse più niente da fare e che desiderasse sedersi, veniva a interrompere i miei giochi. <<Ora sai che cosa facciamo io e te?>>. Lo sapevo benissimo, purtroppo, perché è da dire che questo desiderio di pulire, sistemare, mettere a posto si estendeva alla mia persona. Sicché, anche se avevo fatto un buon bagno quella mattina, non aveva assolutamente importanza perché, diceva, nessuno avrebbe potuto lavarmi meglio di lei, neanche la mia mamma. Mai, infatti, le mie ginocchia, il collo e tutto il mio resto hanno conosciuto abluzioni più energiche delle sue. Mi immobilizzava in un asciugamani infilata nel colletto e tenuta stretta con una mano dietro la schiena, mentre con l’altra mi strofinava con una spugna il collo fino a farlo diventare rosso. Così infagottata ero nell’impossibilità di muovermi, anche perché avrei rischiato di cadere dallo sgabello traballante. Ma la tortura a cui cercavo invano di oppormi, era quando avvolgeva dell’ovatta su una delle sue mollette per i capelli che portava raccolti e mi puliva le orecchie. A questo supplizio fu sottoposto anche il mio fratellino quando ebbe un’età possibile per questo tipo di pulizia. Ricordo che l’unica volta che non mi lavò, fu quando venne "a dare una mano" perché io e Angelo avevamo il morbillo.( Ma questo fu qualche anno dopo.).Pure allora, però, chiese alla mamma se aveva pensato di portarmi in camera dell’acqua tiepida e dell’ovatta (chissà perché) per lavarmi mani e "faccino",come diceva lei.

A casa della nonna accadeva spessissimo di mettere a posto una cosa e ritrovarla da un’altra parte o non trovarla affatto. Ma si era tutti abituati. Zia Adelina, no. Un pettine, per esempio, poteva essere dovunque, anche su un mobile in salotto, perché, andando via, qualcuno che si era pettinato lungo il corridoio, lo aveva lasciato lì. Dunque, io mi divertivo a nasconderli, perché erano , i pettini, un altro strumento di tortura quando c’era lei. Pochissimo tempo ebbi i capelli lunghi. Anche se le trecce erano ben fatte, senza un filo fuori posto, zia Adelina arrivava agitando il pettine come un trofeo, mi afferrava e allora cominciavo a correre intorno alla tavola, mentre mi pettinava un ciuffo tenendolo stretto perché non scappasse. Chiamavo in aiuto la nonna, ma lei sorrideva e lasciava fare.

La vigilia di Natale tornava anche zia Rita dal collegio. Quando nacqui aveva nove anni e perciò per me era come una sorella più grande. Lei era perfetta, alta, bella, coi capelli lunghissimi e mossi, sempre sorridente e dolce. Somigliava all’illustrazione della fata di Cenerentola del libro delle fiabe; sicché la chiamavo zia Fatina. Sapeva ricamare, imparava il pianoforte, e i suoi cassetti, ordinatissimi, mi sembravano scrigni di tesori così pieni di scatoline, bambole, piccoli oggetti e medaglie vinte in collegio per il lancio del disco e quella di miss Ischia.

Quando tornava in collegio dopo le vacanze, piangevo disperata. Una volta mi rotolai giù per le scale; ma pare che tutti fossero più preoccupati del mio cappottino celeste nuovo di zecca, che della mia crisi isterica

A volte i nonni mi portavano con loro a trovarla in collegio. Salivamo una lunga scala esterna e di lassù il nonno diceva <<Vedi? Quello è Bellini, un grande musicista>> e mi indicava la statua al centro della piazzetta. Ma sembrava che lo dicesse a sé stesso. <<Lo sa che vengo anche io?>>

<<No, le faremo una sorpresa>>. E allora provavo un esuberante desiderio di vederla e correvo.<<No, no,non si fa, qualcuno ti sgrida!>>

La prima volta andai sola col nonno. Una suora ci fece entrare. Ricordo una sala lunghissima

dove poco dopo ci raggiunse un’altra suora. Il nonno portò il cappello dietro la schiena e si inchinò un poco. Lei mi accarezzò sulla testa, poi parlarono sorridendo. Ma non mi risultò simpatica, né quella volta né dopo. Immaginavo che tenesse zia Rita in una specie di prigione. Si allontanò. Noi rimanemmo lì seduti su una panca.

Alle lunghe pareti c’erano quadri enormi dai toni molto scuri, con Angeli e Madonne che volavano avvolti in ampi mantelli azzurri e santi sospesi sulle nuvole in mezzo ad improvvisi aloni di luce, coi volti illuminati. Sulla parete di fondo, davanti a un finestrone c’era un tristissimo crocifisso nero. Gesù aveva gli occhi socchiusi. Provai a spostarmi, ma continuò a guardarmi. Era livido ed ebbi paura. Temetti che il nonno si fosse allontanato. Mi voltai di scatto. Era sempre lì, col cappello tra le mani e i capelli, in quella sala non troppo illuminata, malgrado i finestroni, sembravano più bianchi. Guardava a terra; forse era triste. Corsi vicino a lui.

<<Ora viene zia Rita>>. Invece venne la suora e mi porse una caramella. Io non volevo prenderla.

<<Su, ti vergogni? Vieni>>.Mi prese per mano e io guardai il nonno.

<<Va’, io non posso>>.Si scusò. Presi la caramella e andai con la suora. Dalla porta a vetri vedevo un bel giardino e tante ragazze, tutte vestite di nero, tutte uguali, come le suore. Molte avevano le trecce. Anche zia Rita le aveva, ma non riuscivo a vederla ancora. Poi un gruppetto si avvicinò alla vasca e allora la vidi venire verso di noi. La suora aprì la porta a vetri. Le corsi incontro e le sue compagne mi circondarono e qualcuna mi sollevò e mi sedette sull’orlo della vasca. Un angioletto versava acqua da una brocca. Mi indicavano i pesci rossi, mi offrivano caramelle, mi baciavano, mi toccavano i fiocchi nei capelli. Quelle che incrociammo ci fermarono << Chi è?>> <<Mia nipote>> e io mi sentivo importante. Ma fu per poco. Attraversato il giardino mi sbaciucchiarono e fui sola con zia Rita e la suora. Il nonno aspettava. Le diede un pacchetto e parlarono. Contavo i bottoni del suo grembiule, ma poiché non andavo oltre il 5 , li ripetevo più volte. Non mi piaceva quel grembiulone lungo e largo e neppure i capelli. Ma , quando veniva a Natale o in estate, di treccia ne aveva una sola, bella grossa , che le scendeva da un lato e le gonne strette in vita. Quella celeste con le rondini nere di Lenci, sembrava un cielo. La indossava un giorno che un giovanotto, per girarsi a guardarla, si sporse fuori dal finestrino dell’auto fino al petto. Noi ci guardammo e ci mettemmo a ridere.

Zia Rita diceva che faceva ancora abbastanza caldo e che le facevano andare in giardino la domenica. In inverno ci raggiungeva nella sala di ricevimento. Ma non fu più così emozionante come la prima volta. C’erano sempre troppe altre persone.

La vigilia di Natale cucinava anche il nonno. Soffiava con il ventaglio di paglia sotto al fuoco e

friggeva anguille e capitoni. Provavo un orrore indicibile nel vedere quei pezzi di carne che si muovevano a scatti nella padella. Il puzzo di fritto mi disturbava, malgrado ciò, ogni tanto mi infilavo in cucina tra una selva di gambe indaffarate, per curiosare.,Grandi vassoi da portata entravano e uscivano dalla sala da pranzo. Tutti facevano qualcosa. Zia Era mi faceva cestini incidendo le bucce di arance e mandarini. Ma io mangiavo pochissimo. Il mio piacere iniziava con lo schioccare dei gusci della frutta secca. Allora non si vendeva sgusciata. Ogni tanto qualcuno mi metteva in bocca un gheriglio di noce o una nocciola. Io mi riempivo le mani di datteri appiccicosi di cui ero ghiotta. Poi leccavo le dita. Ai dolci si apriva anche la scatola che la Pirelli mandava da Milano. Ne usciva di tutto, tra cui il"panfrutto" che qui non esisteva e poi torroni, cioccolatini, e, sempre , un monumentale panettone Alemagna Alla fine si giocava a tombola e i numeri si puntavano coi sassolini raccolti sulla spiaggia di Maiori. A mezzanotte mettevo io il Bambino nel presepe.

Il giorno di Natale era lunghissimo. A cinque anni non so chi mi insegnò una poesia per me interminabile :"La notte santa",e la dissi tutta d’un fiato senza sbagliare. Ma non mi costò fatica, anzi mi divertii, anche perché dopo quella volta non mi sottoposero più ad una recita del genere .

Allora i giocattoli si avevano alla Befana; di Babbo Natale non si parlava nemmeno e c’era tutto un rito. La sera del 5 gennaio la nonna metteva un bicchiere di latte e dei biscotti, perché la vecchina doveva rifocillarsi. Il primo giocattolo di cui ho ricordo è una pecorella ricoperta di autentica lana,:movendole la testa belava. Grande come un gatto, la spazzolavo e la coccolavo come un vero animale. L’ho tenuta per anni, finché il pelo non è caduto a pezzi. In terza elementare mi presero in giro e così quell’anno finsi di dormire e scoprii zia Era che metteva i giocattoli per me e mio fratello in salotto. Molto delusa, me ne tornai a letto scavalcando la nonna che dormiva.

Poi tutto riprendeva come prima. Il presepe, non so come, spariva. Il nonno andava allo studio come sempre. Io ci sono stata molte volte e mi piaceva andarci. Mi piaceva l’odore di gomma, innanzi tutto. C’era tutto quanto allora produceva la Pirelli . Mi accucciavo nei copertoni dei camion, ma mi sporcavo e mamma non voleva. C’era un grande contenitore di pupazzi di gomma profumati. Ne avevo diversi.

ANGELO-Avevo 6 anni quando nacque mio fratello. La nonna mi aveva già detto che sarebbe nato e la cosa mi parve molto strana. Mi chiedevo come fosse possibile che oltre a me ci potesse essere un altro bambino in famiglia. Zia Emma mi spiegò che era una cosa bellissima avere un fratello o una sorella con cui giocare e, in verità, ci potevo credere, perché anche Marilena e Silvana

avevano avuto un fratello da circa un anno, con i riccioli biondi, molto più bello di Sergio, il bambolotto di Marilena. Decisi che volevo una sorella, ma non fu così.

In quei giorni dormivo dai nonni, ma spesso rimanevo da sola con zia Emma o andavo al mare con gli zii e i loro amici. Mi piaceva molto specialmente perché si andava in carrozza. Il nonno la ordinava il giorno prima, sempre allo stesso cocchiere: ognuno aveva i suoi clienti. Le carrozze, tre, sostavano in piazza, perciò nella piazza assolata, d’estate c’era sempre un puzzo di sterco di cavallo. Mi sedevano dietro con le zie, ma qualche volta mi permettevano di stare "a cassetta", posto che spettava sempre a zio Lucio. "A cassetta" era molto più divertente. Ero più in alto, potevo vedere la strada scappare di sotto alle ruote. Non era come andare in automobile, perché si sentiva nei sussulti della carrozza che a tirarla c’era un animale. Il cavallo correva picchiando forte gli zoccoli sui basolati e in alcuni punti si sentiva quasi un’eco nella strada vuota e assolata che arrivava a Portici. Il cavallo trottava con la testa un po’ piegata da un lato. Gli usciva la bava dalla bocca e la criniera sballottava sul collo. Pensavo che erano i capelli. Qualche volta dava sfogo alle necessità e allora il cocchiere rideva, si girava indietro e diceva.<<Scusasse, signurì! >>.

Il cocchiere faceva una smorfia con la bocca e schioccava la lingua in modo strano, per farsi ubbidire, la frusta ruotava per aria e poi giù, con dei colpi sonori.

<<Ma perché lo picchiate così?>>,chiesi una volta arrabbiata.

<<Noo! Sto rumore la frusta lo fa per terra>>, e rifece la dimostrazione. Così mi tranquillizzai e una volta mi diede perfino le redini; a zio Lucio le dava molto di più. Ma la frusta mai.

Cominciai a voler bene anch’io a quel cavallo. Quando si arrivava che era stanco, teneva giù la testa e la pancia si gonfiava e si sgonfiava per il respiro e gli si vedevano le vene. Poi piegava una zampa e teneva poggiata solo la punta dello zoccolo. Il nonno una volta gli accarezzò il muso e disse che era una bella bestia. Ma lui, però, non veniva mai al mare, e neppure la nonna. La nonna odiava il mare, perché a mare era morto zio Nino. Ma da ragazza ci andava e aveva perfino fatto scandalo, quando era arrivata sulla spiaggia con un costume bianco che la copriva fino a metà gamba , cioè le scopriva le caviglie. Sembrava un vestito. Mi fece vedere un paio di foto sbiadite una volta.

Avevano fatto scandalo la nonna e le sorelle, le torinesi, come le chiamavano qui, anche perché andavano in bicicletta e poi la nonna e zia Lina avevano il diploma di ragioneria perché il loro papà, ingegnere, ci teneva molto che studiassero.

Zio Nino morì proprio in quel mare di Portici. Era così bello che gli avevano dato un premio in collegio. Studiava a Firenze.

Era l’ultima gita estiva al mare. La nonna chiamava i ragazzi perché bisognava tornare, ma lui volle fare ancora un tuffo. Anche zio Romolo si tuffò quando non lo vide risalire e lo portò sulla battigia. Subito si capì che era grave. Chissà, forse c’era la bassa marea. All’alba spirò. Aveva 17 anni. I nonni potevano anche impazzire dal dolore. Da quel giorno non erano più andati al mare, tranne qualche volta.

 

Una mattina il nonno non andò allo studio. Si preparò come al solito, però mi sembrava più contento del solito; mi pizzicava la guance e mi sorrideva continuamente. Poi zia Emma mi vestì e uscimmo insieme. La nonna non c’era da qualche giorno.

<<Mi porti allo studio con te?>>

<<No. Questa mattina andiamo a trovare la mamma. Sai, è arrivato il fratellino>>

<<Quando?>>

<<Ieri sera>> .Il nonno era molto alto e io quasi correvo appesa alla sua mano, sotto un sole di agosto che bruciava. Gli altri erano tutti al mare.

Mamma stava a letto e vicino c’era la culla, che era stata già sua e di tutti i miei zii e anche mia.

Poi la mamma spostò il velo e il nonno si chinò e guardò dentro. Io non vedevo niente. Mamma volle darmi un bacio e tutti ridevano e scherzavano e parlavano e c’era la signora del piano di sotto

e una della casa accanto che io chiamavo zia.

Giravo attorno alla culla senza vedere niente. Poi finalmente papà mi prese in braccio. Vidi appena una testina con pochi capelli neri. <<Dorme?>> <<Sì, guarda, è come un tuo bambolotto>>.

Restammo ancora tutta la mattina. Prima di andar via volli vederlo di nuovo. Era come prima.

<<Quando si sveglia? Dorme sempre?>> <<Sì, perché è piccolo>>. Non capivo, non capivo neanche perché la nonna non venisse via con noi. Ero indispettita, tuttavia non volevo restare.

Chissà quando sarebbe tornata la nonna.

Angelo cresceva bello e vivace. Cominciava a conoscere bene tutte le persone della famiglia.

Cambiammo casa. Ora eravamo nel palazzo dell’altro nonno, dove il muro della terrazza era interamente coperto da una bouganville che saliva dal giardino, e la casa era molto più grande. Avevo una stanza solo per me e la terrazza dove potevo andare coi pattini. Eravamo più lontano dalla casa della nonna, ma si andava spesso, anche se non si restava a cenare sempre lì. Vi andavamo anche in Lambretta per fare presto. Quell’anno papà comprò una macchina, si chiamava Ardia; ma non tolse la Lambretta con cui aveva vinto il giro di Lazio e Campania ed era andato a Sarzana, dai genitori di zio Ugo..

Amavo la mia nuova casa, dove avevamo persino una ghiacciaia con due porte di legno;al centro si metteva una grossa bacchetta di ghiaccio. Una domenica mamma fece un gran pranzo e vennero tutti, anche zia Emma che non usciva mai.

Quell’anno a Pasqua arrivò da Milano un uovo gigantesco. Il pupazzo che lo accompagnava fu subito di zia Era, la sorpresa di zia Rita,e io e zio Lucio ci tuffammo nel cioccolato. Le incursioni erano complicate, perché era così doppio e duro, che non si rompeva, ma lui si munì di un temperino e riusciva a spaccarne dei pezzi. Per zio Lucio non c’erano ostacoli.

 

Intanto zia Rita si era fidanzata. E non solo zia Rita. A casa di nonna si cominciarono a vedere nuove persone, le fidanzate di zio Romolo e zio Mario e degli amici. Zio Romolo per un periodo sparì perché andò a Roma a fare il militare. Si disse che un’attrice si era innamorata di lui; ma per fortuna tornò, perché zia Tonia mi piaceva. Poi ci andò anche zio Mario e quando tornava a casa mi diceva "…se non vengo domenica prossima, vuol dire che sto in prigione".

Zia Era non stava mai a lungo in casa. Se c’era, si stava preparando per uscire. Allora io ne approfittavo per giocare con i suoi rossetti e cipria e profumi, ma non le rompevo niente.

Ma che zia Rita si fosse fidanzata, mi disorientava; era felice, ma distratta; cominciò perfino a farmi dei regali di cose alle quali forse non teneva più; un minuscolo cestino da lavoro, una bambolina Lenci, e altri piccoli oggetti; amavo le miniature come lei. Forse cominciava a staccarsi dai ricordi di ragazzina.

Giuliano comprese subito che doveva conquistarmi, perché ero molto legata a lei. E così cominciò a raccontarmi storie che ascoltavo attentamente, seduta sulle sue ginocchia.

. Erano spesso storie divertenti, come quella del suo professore, molto goloso, al quale lui e i compagni avevano offerto una busta di cioccolatini purgativi che furono gustati rapidamente. Sicché mentre recitava con enfasi

"L’albero a cui tendevi la…" alla parola "mano" impallidì, poi arrossì e, con un rapido " Torno subito ", scappò fuori della classe. Mi divertì tanto che, anni dopo, l’episodio diventò un ottimo tema .

A fine d’anno Giuliano dormiva a casa nostra, nella mia camera, perché si faceva molto tardi.

Ero contenta. Non si dormiva subito, si parlava e io non avevo mai sonno. Mi recitava poesie, me le spiegava, le capivo poco, ma certamente il ritmo, l’armonia mi rimaneva nelle orecchie.

Forse avevo sonno anche io, ma dicevo "…ancora, dimmene un’altra.." .Imparai, perciò, molto prima che a scuola "I cipressi che a Bolgheri…", e quando si arrivava a "…Oh nonna , nonna, deh com’era bella…",non so perché, mi venivano le lacrime.

Ma questo effetto cipolla me lo dava anche Pascoli. Fu un problema serio quando mi resi conto, da insegnante, che non riuscivo a sostenere l’emozione di certe letture, neanche davanti alla classe, e sempre allo stesso verso. Non so… forse avrei dovuto parlarne con uno psicologo.

LA SCUOLA. A sei anni ero in seconda elementare. Avevo imparato a leggere e a scrivere bene, ma andare a scuola non mi piaceva e la matematica fu un incubo fin dal primo momento.

Le classi erano tristi, con i lambrì grigi col bordo nero. Anche i banchi erano neri, di legno, con il canaletto per poggiare la penna e il calamaio infilato in un buco, dove ogni mattina la bidella veniva a versare un mestolino di inchiostro.

Ogni cosa mi dava tristezza, i colori innanzi tutto e poi i quaderni a quadretti, dove riempivamo pagine di aste inutili o dovevamo numerare per 2 o per 3…migliaia di numeri.

Erano di una noia sconvolgente le numerazioni e i quadretti mi davano angoscia.

Riuscivo a vedervi solo dei disegni. Infatti disegnavo, disegnavo sempre, case, alberi, fiori, cieli

con nuvole e uccelli e tutto ciò che mi riusciva e leggevo favole, anche se già le conoscevo. Papà me ne aveva raccontate tante, e avevo quelle di Fedro in un libro celeste tutto illustrato.

Dal canto suo, la nonna mi spiegava le divisioni.

<<Se qui hai 9 uova e devi darle a tre bambini…>>. Dividevo mentalmente, ma passare per le operazioni non ci tentavo nemmeno. Restavo con gli occhi fissi su quel mistero arabo, come sul pendolo di un ipnotizzatore, mentre la nonna, in una lunga pausa di silenzio, punteggiava con forza i numeri, sperando…

Inutile! Che avrei fatto per accontentarla! A scuola, poi, erano bacchettate nelle mani, quando non riuscivano le operazioni; ma io a casa non lo raccontavo mai. Per non dire dei problemi…C’era sempre una goccia che doveva riempire una vasca che era alta e larga e lunga e se cade una goccia ogni…oh Dio Dio, era così bella "Biancaneve "e" Il principe felice" e…

IL TESORO- Nell’ora della siesta, quando c’era un silenzio assoluto e il Vesuvio , che dalla terrazza sembrava vicinissimo, era azzurro e viola, si sentiva un rumore metallico sordo e deciso, un colpo ad intervalli regolari. "Ma che cosa è ?".

La nonna nella sdraio aveva gli occhi socchiusi; non sembrava mai che dormisse , ma che annusasse l’aria. Zia Emma non rispondeva, sferruzzava.

"Che cos’è questo rumore che sento sempre ?"

"E’ il cavallo" disse con molta serietà.

"Quale cavallo?". Zia Emma alzò le sopracciglia- era una sua espressione- e gli occhiali scesero un po’ di più sul naso. Continuava a lavorare col gomitolo nel grembiule. Raccontava qualunque favola come se fosse la verità, perciò mi piaceva sentirla parlare e le credevo come solo i bambini sanno credere..

" E’ un cavallo con gli zoccoli d’oro che sta a guardia del tesoro.".

"…del tesoro? E dov’è". Scappò una maglia. Aggrottò le sopracciglia senza mostrare fastidio. Ne approfittai per domandare di nuovo. La riprese e, senza alzare gli occhi dal lavoro, continuò tranquilla: "Ah, questo non lo sa nessuno. Tutti sentono il rumore degli zoccoli, ma non si capisce da dove viene. Si sa solo che il tesoro del principe è nascosto da qualche parte nel palazzo."

"E perché non lo cercano?"

"Eh ci hanno provato, ma è stato inutile"

L’idea del tesoro diventò il mio pensiero dominante. Informai di quello che mi sembrava un importante segreto, la mia prima compagna di classe, Eleonora, che da quel momento diventò inseparabile amica. A scuola eravamo complementari: lei era brava in matematica , io in italiano. Veniva a casa mia a fare i compiti e a giocare.

Avevo preso in casa un temperino, reclame di Pirelli, per scavare, perché un tesoro si trova sempre sotto terra o in fondo al mare. E poi una pila per esplorare gli angoli più bui.

La domenica andavamo in giro per tutto il palazzo. Salivamo per le scale, fino alla torre, che però era chiusa.Guardavamo intorno ai pozzi, tra gli archi…Sotto i portici c’erano dei locali chiusi

con catena e catenaccio che un tempo, -a detta di don Gennaro- erano stalle.

Una domenica eravamo così prese, che dimenticammo di andare a pranzo. Quando me ne ricordai,doveva essere passata l’ora da un bel po’.Eleonora si mise a correre per tornare a casa.

Dunque,una domenica uno di quei locali era aperto. Avevamo curiosato varie volte attraverso le sbarre. Ma la luce della piccola pila, nel pulviscolo sospeso, rivelava solo ragnatele, oggetti indistinti ammonticchiati negli angoli in penombra.

Quella porta con la grata arrugginita, socchiusa, senza catenaccio,aveva eccitato la nostra fantasia. Entrammo, la paura chissà di che, ci faceva provare una certa piacevole ansia. Non pensavamo neanche più al tesoro; toccavamo con le punte delle dita pezzi di ferro, ruote di carri, attrezzi di legno sconosciuti. C’era polvere, foglie secche, corde e sporcizia.

"Io ho paura. Perché non ce ne andiamo? " disse Eleonora. "Paura di che? Fuori è giorno!".

Improvvisamente ci venne il dubbio che, non vedendoci, potessero chiuderci lì dentro e che fosse tardi. In un lampo uscimmo.

Ora guardavo il campanello. "A quest’ora si arriva, eh! Papà e mamma sono preoccupatissimi e il nonno è molto dispiaciuto." Zia Emma era venuta ad aprirmi e ora mi sgridava, per così dire, a bassa voce, con l’indice per aria e una mano sul fianco. Camminava piano attraversando il salone e ciabattando, con i buccoli di polvere che spuntavano da sotto alle pantofole. E intanto borbottava sul percorso, che tutti si stavano preoccupando per me e che papà e mamma erano arrabbiati. Sembra strano, ma l’unica cosa che temevo era che il nonno non mi avrebbe detto niente.

Perché era venuta ad aprirmi lei? Mah!

Stettero tutti zitti quando entrai. Solo zia Era mi sorrise con le labbra strette e strizzò l’occhio.

" Eccola qui, la signorinella!" la nonna ruppe il ghiaccio, ma il nonno, che era a capotavola con le spalle verso la porta, non si voltò, e, quando mi accostai per dargli il bacio, mi porse solo la guancia. Dissi in fretta "Scusa, non lo faccio più". "Va bene. Ora va a mangiare, si raffredda."

Era passato. Ma solo quando si arrivò al dolce, mi chiamò per farmi sedere in braccio a lui.

Avevo mangiato tutto, cosa rara, senza protestare, avevo persino rinunciato al cuscino sulla sedia, visto che avevano dimenticato di metterlo. Sicché avevo mangiato col mento sul bordo del piatto.

Eleonora a scuola mi raccontò di aver avuto due schiaffi dal padre. Da quel momento rinunciammo ad ulteriori ricerche.

Ancora oggi sono affascinata da notizie di ritrovamenti di tesori di qualsiasi genere.

 

Il nonno a dicembre si ammalò. Io non capivo che cosa fosse successo, ma quell’anno non ci fu presepe, né albero e Angelo, che aveva tre anni, ebbe in regalo una macchina a pedali in cui andavo io.

A casa restavamo spesso soli con zia Emma; io andavo su e giù per il corridoio.

Quando dopo alcuni giorni tornarono tutti, non potetti più andare nella piccola auto, perché faceva rumore e il nonno doveva riposare. Mi dispiaceva che con zio Ugo e zia Esther non fossero venute anche Marilena e Silvana, ma zia Emma quasi mi sgridò, quando lo dissi..

Dormivamo tutti lì, ma l’atmosfera non era allegra: si parlava poco e a bassa voce; la nonna era sempre in camera.

Una mattina presto mamma venne a svegliarci; era ancora buio, ma intuii che c’era qualcosa di grave ed era importante alzarsi. Così ci prese per mano e andammo nella stanza dei nonni.

Sentii un dolore nel petto quando vidi il nonno, Il viso scarno, gli occhi infossati, ma lo sguardo dolce come sempre. La nonna era sdraiata accanto a lui appoggiata sul gomito, vestita, coi piedi fuori del letto, e piangeva, ma senza espressione di pianto, scorrevano solo le lacrime.

E poi intorno c’erano tutti, in silenzio, a guardare noi.

Ci sorrise. Lui non lo sa, ma quel sorriso lo ricordo come se fosse ieri.

Mamma sollevò Angelo e io mi alzai sulle punte. Lo baciammo e poi ritornammo a letto.

La mattina mamma disse :<<Il nonno non c’è più >>. Poi fummo portati dai parenti di zio Gigino, dove le sue nipoti ci fecero giocare e ci coccolarono per alcuni giorni. Non mi ricordo che cosa mi dissero, forse nulla.

Dopo fu tutto diverso. Si sposò zio Mario e Tilde, poi zio Romolo e Tonia, poi zia Rita, che andò a Torino. La famiglia di zio Ugo già si era trasferita a Palermo da alcuni anni. Un’estate ci andai con la nonna e zia Era. Zio Lucio comprò un giradischi e portò a casa dei 45 giri con le canzoni di Paul Anka e dei Platters.

Quando cominciarono a nascere i miei cugini, avevo ormai 12 anni.

Si cominciò a sentir dire che nel palazzo Bisignano si sarebbe messa una scuola.

Dalla terrazza vedemmo buttar giù il grande orologio di pietra e gli alberi. Nasceva un grande rione. Bisognava andar via.

La nonna sembrava non avesse più molti interessi e zia Emma non vedeva più bene.

Andò ad abitare a Bellavista, in una casa che, per quanto bella e grande, non era come quella.

Lì non c’erano alte finestre che inondavano di luce le stanze, non c’era terrazza, ma due piccoli balconi, sicché i gelsomini nei pesanti vasi di cemento furono portati a casa mia, dove vivono ancora; non c’erano i soffitti alti dove qualche volta, in estate, si poteva veder volare un passero o un pipistrello; dove non esistevano i rumori esterni di motori, di clacson, di voci che aggredivano da ogni parte e soffocavano il soffio dei rumori più intimi, della famiglia.

Ma, tutto sommato, quella famiglia non c’era più, ce n’erano tante altre, con tanti bambini, tutti molto più piccoli di me. Di allora, di prima non c’ero che io. Solo io avevo vissuto quella realtà, Angelo era troppo piccolo, e conservavo quei ricordi portandomi dentro Peter Pan.

Dopo di allora fu tutta un’altra storia.

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Era vero, fu messa una scuola. Salii le scale quasi di corsa. Entrai in segreteria, il salottino rosso, poi in sala professori, il salotto. Firmai la nomina per una supplenza. Il vicepreside mi disse:

<< Devi andare nell’ultima aula, in fondo al corridoio. >>

Ero nella stanza da pranzo. La porta della terrazza era bloccata, per sicurezza, con assi di legno, inchiodate e anche quella della cucina. Ero seduta nello spazio che occupava il nonno seduto a tavola.

Finsi di essere impegnata a leggere il registro, per alcuni minuti credo.

Poi ingoiai e cominciai a fare l’appello.

 

Ombretta Maddaloni


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